Feb 03 2010

Autismo

Pubblicato da scarponi.r alle 15:00 archiviato in Società e taggato: , , , , , ,

   

Il bambino autistico non interagisce con l’interlocutore, anche se ha ricevuto gli stimoli naturali e culturali degli ambienti abitati. E’ come se egli non orientasse la sua attenzione all’interazione del linguaggio verbale e non verbale. E’ come se il linguaggio verbale lo percepisse "un rumore di fondo", un rumore su cui non riuscirebbe a discriminare i suoni e i significati linguistici.

Egli "non riesce a esprimere l’atto creativo". Ciò non gli consente di percepire e di esprimere in modalità consapevole la realtà utilizzando lo spettro cromatico emozionale universale, culturale o di entrambe le stimolazioni.

Egli è come se fosse connesso solo con il suo pensiero silenzioso, e non riesce a interagire fuori dai confini della pelle del suo corpo.

Nel bambino appare assente l’investimento relazionale comunicativo esterno. Altresì, appare evidente una palese difficoltà comunicativa affettiva nel non riuscire a dare una risposta interlocutoria esterna:

Il bambino appare come se fosse connesso solo con il suo unico pensiero all’interno dei confini della pelle del suo organismo psichico e dal quale non riesce a sconnettersi, egli non orienta la sua attenzione selettiva sugli altri canali interattivi della realtà esterna; tra gli esclusi, ci sono le figure significative parentali: madre, padre, fratelli.

 

Perché non avviene la risposta interlocutoria esterna?

 

E’ plausibile ipotizzare, da questa prospettiva, che il bambino potrebbe ritenere troppo problematico e oneroso l’investimento comunicativo, a causa della qualità dell’informazione ricevuta a partire dalle prime settimane di gravidanza – ovvero, la prima informazione decodificata ed elaborata in rappresentazione mentale . Questi sono i primi elementi costitutivi della mente del feto, del bambino, dell’adulto.

I traumi esperiti sono parte integrante della mente, e quindi evocabili dalla realtà relazionale quotidiana con gli interlocutori animati e inanimati; in particolare, è sufficiente un solo frammento dello stimolo di questi interlocutori ad attivare l’esperienza dolorosa vissuta che si rivelò angosciosa e si può rivelare (oggi, in una particolare situazione) angosciante nei vari frangenti di vita quotidiana.

Si rivela economico affrontare soltanto due delle infinite rappresentazioni che il cervello processa:la rappresentazione dell’informazione attivata dallo stress materno e la rappresentazione attivata dal primo ambiente abitato dall’uomo, l’ambiente placentare.

Dopo otto settimane il feto riesce ad elaborare la "prima rappresentazione mentale" per mezzo del primo organo che matura, il tatto. Ampiamente descritto nel capitolo a pag. 71 (del mio nuovo libro autoprodotto: "La scoperta della mente" -2009), questo canale sensoriale porta al cervello l’informazione di: "spazio, tempo, caldo, freddo e dolore". Il cervello la integra e riesce ad ottenere la prima risposta adattativa al primo ambiente abitato. Il feto inizia a muoversi nel liquido amniotico per mezzo di movimenti non stereotipati (coordinati dalla rappresentazione mentale). La percezione degli stimoli inviati dall’ambiente produce una risposta di ambientamento.

Quindi, la rappresentazione mentale è la capacità di mettersi in relazione (conoscere e riconoscere) un ambiente percepito ed esperito a mezzo di recettori sensoriali. L’informazione (stimolo) prodotta dall’ambiente evoca il ricordo (risposta). Esempio: quando il bambino viene gettato in acqua, egli percepisce l’ambiente che attiva una rappresentazione mentale, in quanto riesce a discriminare l’ambiente e i suoi elementi. E’ l’informazione trasmessa dal contatto con l’acqua ad evocare la risposta adattativa.

Domanda: come si caratterizza e si differenzia la rappresentazione traumatica da quella motoria?

Il bambino non ricorda le rappresentazioni mentali traumatiche esperite in gravidanza, perché questa esperienza sensoriale di lotta, che viene percepita dal Sistema cerebrale, partecipa alla costruzione della mente senza visualizzarne l’immagine, in un modello di difesa immediato. Le sentinelle dell’incolumità dimorano nel diencefalo (Sistema Limbico). Queste cellule intercettano anche il più piccolo frammento dell’informazione di MINACCIA all’incolumità del bambino. Questa strategia si rivela efficace alla difesa ed efficiente nell’integrare in modalità più estesa l’informazione di ATTENZIONE, in una immagine mentale (ricordo). L’informazione di attenzione non richiede una risposta immediata, e per questo motivo può raggiungere e attraversare le aree alte della corteccia cerebrale. Questa risposta è stata integrata al più alto grado di elaborazione: sistema limbico → cerebello → cortecce cerebrali, per sviluppare una immagine mentale che il bambino può ricordare.

Esempio: l’adulto, a volte, ha la consapevolezza di aver esperito una particolare informazione, ma non riesce a ricordarla: "E’ un volto conosciuto!, Ma non ricordo dove e quando l’ho conosciuto! Non ricordo come si chiama!!" Si ha una sensazione di consapevolezza, ma non sempre si riesce a ricordare una esperienza, ovvero a ricordare quell’esperienza. A volte non bastano alcuni secondi, minuti, ore, giorni o mesi per ricordare, se non fino a quando si percepisce un ulteriore frammento dell’ esperienza emozionale vissuta. In vero, ogni rappresentazione mentale visualizzata o meno, può essere evocata da almeno un frammento dello stimolo che si caratterizza al contesto comunicativo esperito, da almeno un canale sensoriale, esempio: il tatto.

Le strategie psichiche messe in atto dal bambino non dovrebbero interferire sul suo funzionamento relazionale con la realtà che lo circonda, perché non visualizza e non ricorda la rappresentazione mentale traumatica, anche quando viene evocata dalla percezione di uno stimolo sensoriale allarmante. Questa informazione, contenuta nello stimolo, attiva le cellule intercettatrici del pericolo che tale informazione rappresenta.

Nella situazione relazionale del bambino autistico è come se egli elaborasse soltanto stimoli o frammenti di stimoli allarmanti.

Gli stimoli allarmanti agiscono sul sistema di computazione naturale, come un virus informatico; per l’effetto di una informazione errata, il computer non riesce più a leggere il programma originario, in quanto l’istruzione malevola impedisce la possibilità di ricevere i comandi inviati dall’operatore di input ed output per mezzo della tastiera e del monitor "stimolo informatico"; in questo caso il processore elabora soltanto un dato errato che replica se stesso, impedendo al processore di leggere il dato coerente di calcolo, in cui non siano contemporaneamente dimostrabili un’espressione e la sua negazione. Il dato informatico coerente è l’unico che consente di ricevere un output (risposta) coerente e condivisa. Il calcolatore elettronico riesce a dare un risultato, ovvero il numero o la formula ottenuti al termine dello svolgimento di un calcolo, di un’operazione matematica, ecc..

I brevi programmi malevoli impediscono il normale funzionamento dell’elaboratore elettronico. Il computer diventa inutilizzabile, perché si rivela impossibile una interazione tra calcolatore/operatore: l’informazione aberrante incide solo sul suo funzionamento, ma non riesce a mutarne i componenti strutturali che leggono l’informazione: CPU (Central Processing Unit) Microprocessore del computer, ovvero l’unità di elaborazione centrale, il cuore vero e proprio di un sistema; è l’unità che controlla e sovrintende a tutte le funzioni della macchina. Esegue tutte le operazioni di calcolo e rappresenta quindi il parametro principale per valutare le prestazioni di un computer. È composta da un’unità con funzioni aritmetiche e logiche chiamata ALU (Arithmetic/Logic Unit), da un’unità di controllo e temporizzazione chiamata CTU (Control/Timing Unit) e dai registri, piccole celle di memoria che contengono i dati da utilizzare nelle operazioni matematico/logiche o di controllo.

Quindi il ripristino del funzionamento del computer avviene subito dopo aver cancellato l’istruzione malevola.

Questi stimoli limitano l’elaborazione del contesto relazionale comunicativo in atto. In un contesto ricco di evocazioni, di emozioni, di attenzione, di rassicurazione, di affetto, di piacere e di gioia, pare che ne viene impedita l’elaborazione dal panico generato dall’informazione di allarme. Il panico ingenerato impedisce l’elaborazione alle aree superiori del cervello. Queste aree saprebbero discriminare nel dettaglio il contesto relazionale circostante fino a riconoscere gli stimoli rassicuranti della realtà e non soltanto i frammenti di stimoli che hanno concorso o potrebbero concorrere all’esperienza traumatica. E’ come se venisse meno la modulazione sensoriale (integrazione). E’ come se fosse impedita la sincronizzazione e la messa a fuoco delle rappresentazioni alternative alla minaccia: viene impedita l’elaborazione degli elementi della nuova situazione ambientale, in quanto non viene scaricata l’eccitazione traumatica. E’ come se i sensi del bambino non riuscissero a percepirli o, invece, se riuscissero a percepirli, è come se questi non riuscissero a formare una rappresentazione mentale.

Ciò potrebbe essere imputabile alla possibile "potatura fisiologica in cui vengono eliminate le connessioni valutate irrilevanti dal Sistema". E’ come se la strategia si rivelasse eccessivamente selettiva sulle eventuali piccole malformazioni dello sviluppo dendritico della cellula nervosa. In questo caso, la strategia interrompe lo sviluppo, in conseguenza di una informazione angosciante ricevuta dalla relazione prossimale con la gestante, o distale all’ambiente materno. Questo potrebbe avvenire anche quando il bambino (feto) percepisce un livello elevato di stress materno.

Roberto Scarponi

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